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Arte di famiglia

Era il giorno di Natale mi ricordo ero bambino, quando il babbo regalò alla mamma un pennello e dei colori con una bella tavolozza e le disse: “guarda sono convinto che potrai dipingere”.

La mamma nonostante da ragazza aveva fatto qualche quadro, per poi lasciar andare, lo guardò come se le avesse regalato una cravatta.

Allora prese lui in mano quei colori e di lì iniziò a dipingere, “il talento aveva incontrato la sua opportunità” e fu quella la scintilla che accese la luce del suo studio di pittura. Così le pareti della casa iniziarono a ricoprirsi piano piano di idee, di colori ed emozioni giocando con le stanze e con la vita della nostra famiglia,

 ed ora entrando in casa la prima cosa che ci si chiede…chi è Daniele? La sua firma su ogni tela.

Oggi il babbo e la mamma mi hanno lasciato il loro posto in questa casa, così come fecero con loro i miei nonni, ed ogni angolo è il segno del tempo e del gusto che ognuno di noi ha dedicato a questo spazio.

Il primo quadro di cui vi voglio parlare è

“Rendez-Vous in via Veneto” e si trova nella sala da pranzo.

Per chi come me ha avuto la fortuna di averle viste tutte e molte in opera, essendo io suo figlio, nelle tele di Daniele è sempre stata chiara l’impronta sentimentale di uno stato d’animo o di una semplice sensazione che guidavano il pennello. Anche nelle più semplici nature morte, la sola cadenza del colore rendeva nitida la percezione di tristezza o allegria.

Sebbene la sua pittura sia in continua evoluzione, mai uguale a se stessa ed in costante attesa, in questa fase e soprattutto con questa tela di “Via Veneto” credo che abbia raggiunto uno dei più alti momenti della propria espressività.

Qui il patos dell’atto artistico e la volontà di comunicare non hanno bisogno dei più ricercati mezzi espressivi: linee chiare, pochi colori e senza dovizia di particolari, sono invece i contenuti ed emergere prepotenti.

Mai come in questo caso il sentire dell’artista e del proprio pubblico sono stati così vicini, e la voce del pittore sembra quasi non aver bisogno della tavolozza.

La fugacità del tempo sembra sfuggire alle persone sedute a tavolino, come se volessero resistere all’inesorabile trascorrere delle stagioni, ma tra la folla c’è chi mestamente s’incammina verso il proprio destino.

Gli abiti dei passanti, il cielo grigio, la staticità delle persone, le tonalità dominanti dei rossi accendono il contrasto tra sogno e realtà, tra incoscienza e consapevolezza, tra “chi ancora vuole e chi invece ha dato”.

Ettore  

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